Tanti auguri a Roberto Donadoni, tuttofare del grande Milan

Tanti auguri a Roberto Donadoni, tuttofare del grande Milan

© foto di Andrea Pasquinucci
 di Federico Mariani articolo letto 73 volte

Io avevo il pregio e la forza di sapermi adattare a tutto, mettevo qualità e quantità. Magari ogni anno arrivavano giocatori più quotati di me, ma alla lunga il campionato lo giocavo io, proprio perché sapevo adattarmi, sacrificarmi, fare”. Roberto Donadoni è fatto così. Non si lascia mai andare a dichiarazioni clamorose. Non ama stare sotto i riflettori. Preferisce lavorare in silenzio e con dedizione. Alle telecamere ed ai riflettori antepone il terreno di gioco. Rimpiazza il “tutto e subito” con “calma e tranquillità”. Sarà perché, da buon cattolico praticante, sa che la pazienza è una virtù, che ogni cosa ha la sua stagione. Sarà anche perché si è tolto comunque grandi soddisfazioni con quel modo di fare e pensare. E pensare che quel ragazzo di Cisano Bergamasco era considerato troppo gracile e difficilmente inquadrabile all’interno di uno scacchiere tattico. Tuttavia, già nel corso dei suoi primi anni da professionista all’Atalanta, dal 1982 in poi, mostrò sprazzi interessanti di classe.

A volte, nella vita, una chiamata può fare la differenza e lasciare un segno indelebile. Fu quello che capitò a Roberto nell’estate del 1986. Silvio Berlusconi, da poco Presidente del Milan, lo convinse ad accettare il trasferimento al club rossonero. Scelta azzeccata per entrambi: Donadoni trovò una grande squadra in cui far sbocciare tutto il suo talento, mentre il Diavolo individuò il tassello giusto per il proprio centrocampo. Roberto era particolare: poteva fare l’ala, ma aveva un dribbling ed una rapidità d’esecuzione e pensiero che gli permettevano di esprimersi bene anche come trequartista. Era il collante ideale tra centrocampo ed attacco. Inoltre, la sua tecnica era sostenuta da una visione di gioco e da un acume tattico incredibili. Il tecnico del Milan, Arrigo Sacchi, capì come gestire al meglio il suo talento e convogliarlo in una squadra che, anno dopo anno, metteva a segno colpi a ripetizione.

Dal 1987/88, il Milan spiccò il volo: prima beffa con una clamorosa rimonta il Napoli di Maradona in campionato e poi, nella stagione successiva, mette le mani sulla Coppa dei Campioni. E poi? Altre due Coppe dalle grandi orecchie nel 1990 e nel 1994, altri quattro scudetti in cinque anni con la gestione di Fabio Capello, prima di chiudere la carriera nel 2001, con un’ultima impresa, vincendo il titolo nazionale 1998/99 con un recupero prodigioso, stavolta ai danni della Lazio di Eriksson. Dieci anni al vertice con la stessa squadra e, curiosamente, sempre considerato uno dei cardini della rosa, insieme alla difesa di ferro con Baresi, Tassotti, Maldini e Costacurta. Gli allenatori cambiavano, si avvicendavano i vari Van Basten, Gullit, Savicevic, Massaro, Weah e Boban, ma lui, il ragazzo di Cisano Bergamasco è sempre rimasto un puntello nell’undici titolare. Il segreto di questa longevità su altissimi livelli sta proprio nella dedizione al lavoro, nel sapersi adattare ad ogni situazione con elasticità mentale, senza cercare scappatoie.

Non sono mancati i momenti difficili e le grandi delusioni in questo decennio da urlo: l’immagine di Donadoni che si lascia crollare sull’erba morbida del San Paolo, dopo aver fallito il rigore contro l’Argentina, nel mondiale di casa, rimarrà per sempre nella memoria calcistica collettiva degli italiani. Un’altra delusione terribile è datata 17 luglio 1994. Furono ancora una volta gli undici metri a tradire gli Azzurri e le speranze iridate di Roberto, beffato proprio ad un passo dalla gloria, nel giorno della festa brasiliana e delle lacrime di Baresi e Baggio. La maledizione mondiale ha avuto un eco anche con il club, viste le finali Intercontinentali perse contro San Paolo e Velez. E a distanza di anni restano indigeste quelle notti contro il Marsiglia, vera bestia nera del Milan pigliatutto, battuto nel 1991 e nel 1993.

Momenti di amarezza superati brillantemente da un uomo intelligente, capace di imparare comunque anche dalle sconfitte. E di crescere ancora. Anche come allenatore. Dopo l’esperienza al Parma, Donadoni ha scelto Bologna per continuare a praticare il suo credo calcistico. E magari oggi, nel giorno del suo compleanno, riguarderà con orgoglio ciò che ha fatto in questi anni. Molto probabilmente lo farà in rapidamente. Domenica c’è il Cagliari in campionato, il lavoro chiama…