Pasolini ed il calcio

Pasolini ed il calcio

 di Marco Di Nardo Twitter:  articolo letto 81 volte

Il calcio, gioco bellissimo che ogni volta fa emozionare, gioco che ha accompagnato migliaia e migliaia di ragazzi nella loro vita. Gioie e dolori venivano e vengono tutt’ora dimenticate in quel rettangolo a volte verde e a volte, specialmente nel nostro Sud, nero come la lava fredda del Vesuvio. Campi neri, ormai quasi scomparsi perché ricoperti dal verde dell’erba sintetica, oggi così di moda. Un poeta scrittore come Pier Paolo Pasolini, girovago delle borgate Romane e innamorato del calcio, ne sarebbe rimasto rammaricato. Polvere e sangue sulle ginocchia non se ne vedono più, meglio per chi gioca ma il tutto, è sicuramente meno poetico. Sarebbe piaciuto questo calcio a Pasolini? Il calcio di Sky, dei soldi, dei diritti televisivi, questo noi non possiamo dirlo ma lo scrittore, che fu una fantasiosa ala destra, capì la forza di questo gioco meglio di tutti :<<Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro». Per la sua passione calcistica illimitata, Pasolini assimila, in modo alquanto originale, il calcio a un vero e proprio linguaggio, coi suoi poeti e prosatori, Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Rivera gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”>>. Come dargli torto, vedendo il Goal di Germania Italia, la calma e la classe con cui calcia il pallone non è altro che movimento trasformato in poesia. Lo stesso Pasolini con il suo fisico assomigliava ai giocatori di allora, magri, scavati in viso, sembravano spersi in quei completini troppo larghi. Altra Italia, altro calcio. Per Pasolini ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. In questo momento è il nostro Cavani. L’attaccante che, così come un poeta, trasforma la realtà,   segnando cambia il corso della partita, procura gioia o dolore a seconda di chi la guarda-legge. Il poeta del Friuli e delle borgate romane che amava Napoli, la città che più aveva resistito alla modernizzazione post guerra, ancora oggi camminando per i vicoli avrebbe potuto incontrare il suo “Gennariello”, intento a dare calci ad un pallone davanti ad un sagrato di una chiesa.