C'era una volta il Real Madrid di Kopa: quando vincere era un'arte

C'era una volta il Real Madrid di Kopa: quando vincere era un'arte

 di Federico Mariani articolo letto 26 volte

C’era una volta il Dream team. C’era una volta il mix perfetto di classe, fantasia e potenza. C’era una volta la ricerca per il gol attraverso il bel gioco. C’era una volta il Real Madrid degli Anni ’50. Per un decennio fu la squadra per antonomasia. Un riferimento nel panorama europeo. Quasi un richiamo al River Plate del decennio precedente in Argentina.

I “millonarios” erano soprannominati “La Maquina”, la macchina. Una formazione progettata per vincere dando spettacolo. Il Real Madrid riprese in parte quell’ideale, lo rielaborò e lo fece proprio. Poi lo applicò sul terreno di gioco.
Un punto d’incontro tra le due filosofie calcistiche fu Alfredo Di Stefano, ex stella del River e poi diventato campione della formazione madrilena. I maligni affermano che il merito di questo trasferimento fu da attribuire al dittatore spagnolo Francisco Franco per dispetto nei confronti del Barcellona e per rinvigorire i blancos. Al di là dei misteri ed i dubbi sul suo trasferimento, l’argentino divenne un elemento importante all’interno dello scacchiere blanco.

Ma una macchina dev’essere composta da più ingranaggi perfettamente inseriti. Serve una buona struttura di base, solida ed affidabile. Giusto affidarsi al blocco spagnolo, con Alonso Adelarpe tra i pali, Atienza e Lesmes in difesa, Santisteban, Marsal, Zarraga e Rial a centrocampo, oltre a Gento in attacco. Dopo le certezze, si poteva implementare la rosa, aggiungendo altri ingredienti alla classe dell’argentino.

C’era bisogno di qualcosa di innovativo ed imprevedibile: chi meglio di Raymond Kopa? Un francese estroso, simbolo della grande nazionale transalpine del 1958, per garantire equilibrio alla formazione. Negli anni successivi alla rivoluzione calcistica attuata dall’Ungheria, si apprese sempre di più la lezione magiara. Non bastava solamente la giocata individuale, ma era necessario trovare interpreti duttili, lucidi, dalle ampie vedute di gioco. Kopa divenne un elemento chiave nel coordinare il gioco impostato dai midfielder con le invenzioni degli attaccanti.

Un ultimo tocco di classe per rendere questa vettura potentissima un vero bolide? Perché non assicurarsi un profeta del calcio mondiale, come Ferenc Puskas? La macchina era veramente completa. Un mix di organizzazione, solidità, giocate d’autore, gol a grappoli e vittorie, tante vittorie. Successi sparsi tra campionato ed Europa, con le 5 Coppe dei Campioni consecutive figlie di una superiorità schiacciante e di una programmazione lucida riscontrabile anche negli acquisti sopracitati.

Paradosso dei paradossi, con l’ultimo tassello iniziò anche il declino di quella squadra. Dal 1960/61 i maestri abdicarono. Il Benfica di Eusebio mise fine ad un’epopea unica. Lentamente, anche i campionissimi lasciarono il calcio. Ieri Kopa si è spento ad 85 anni. Dopo la scomparsa di Di Stefano, un altro tassello del Dream team, è volato via. Non è venuto meno il ricordo di un campione inserito in una formazione galattica, divenuta, attraverso uno stile unico, parte integrante della storia della Champions League.