1987-88: Lanno dei Tulipani
Oltre che in Europa, dopo la squalifica delle squadre inglesi, la seconda metà degli anni Ottanta è un periodo di cambiamenti epocali anche in Italia. Finito il ciclo della Juventus, con Trapattoni che si sposta sulla panchina dell’Inter e il Milan che si affida ad un rampante costruttore brianzolo, si crea un vuoto di potere del quale ne approfitta subito il Napoli di Maradona. L’anno magico del Pibe de Oro, dopo il mondiale messicano, si conclude dunque col primo scudetto arrivato sotto il Vesuvio. Sono dunque i partenopei a rappresentare l’Italia in Coppa dei Campioni, ma la sfortuna ci vede benissimo quando al primo turno li accoppia al Real Madrid, che è tornata ad essere la squadra favorita del torneo. L’andata al Bernabeu si gioca a porte chiuse per una squalifica relativa all’anno precedente, ma gli uomini di Ottavio Bianchi non ne approfittano, perdendo per 2-0. Si spera nel San Paolo per tentare la rimonta e il sogno sembra possibile dopo l’immediata rete di Francini, ma Butragueño colpisce alla prima occasione utile e mette la parola fine sull’incontro. Poche le sorprese sugli altri campi, con le grandi che avanzano quasi tutte a suon di gol. Dal Porto campione in carica al Benfica che l’ha preceduto in patria, dal Bayern Monaco alla Steaua Bucarest. Fa eccezione l’Anderlecht, che soffre in casa contro il Malmö, e il PSV, che dopo il 3-0 dell’andata rischia la rimonta in Turchia dal Galatasaray. L’unica altra big ad uscire è dunque la Dinamo Kiev, ribaltata a Glasgow dai Rangers. Il “calcio del 2000” profetizzato dal suo tecnico Lobanovksy sembra destinato a restare una splendida incompiuta.
Agli ottavi di finale si formalizza il ruolo di favorito numero uno del Real Madrid. Le merengues, infatti, eliminano il Porto con un doppio 2-1, in quello che sembra un vero e proprio passaggio di consegne. C’è da considerare però che in entrambi i casi le vittorie arrivano in rimonta, e nell’andata al Bernabeu le due reti del sorpasso giungono addirittura solo negli ultimi dieci minuti. Continuano ad avanzare spediti Steaua, Rangers, PSV e Anderlecht, mentre il Bayern ha bisogno del fattore campo per ribaltare la sconfitta subita all’andata dagli svizzeri del Neuchatel Xamax. Anche qui i gol decisivi di Pflügler (che poi sarà nella rosa campione del mondo del 1990) e Wegmann arrivano solo nei minuti finali. Gli ultimi tre, per la precisione.
Minuti finali protagonisti anche nella grande sfida dei quarti tra i bavaresi e il Real Madrid. All’Olympiastadion i padroni di casa vanno sul triplo vantaggio a cavallo dei due tempi. Sembra che ancora una volta la loro fisicità possa avere la meglio quando, negli ultimi cinque minuti, prima Butragueño e poi Hugo Sánchez accorciano le distanze rendendo la rimonta più facile. E infatti al Bernabeu basta un gol per tempo, di Janković e Míchel, per assicurarsi la semifinale. Tra le prime quattro torna la Steaua, che quindi dimostra di non essere stata una meteora. I rumeni si impongono per 2-0 in casa sui Rangers e poi controllano agilmente in Scozia, pur perdendo di misura. Più o meno alla stessa maniera la qualificazione del Benfica ai danni dell’Anderlecht, mentre la sfida tra outsiders è vinta dal PSV, che dopo l’1-1 a Bordeaux si accontenta del pareggio a reti bianche in casa.
L’ostacolo successivo degli olandesi è però il temibile Real Madrid, che molti danno erroneamente già sul trono europeo. Al Bernabeu i padroni di casa passano a condurre dopo sei minuti con Hugo Sánchez, ma vengono presto raggiunti dal nemmeno ventenne Linskens. Al ritorno Butragueño non è al meglio e l’attacco spagnolo ne risente. Tanto più che il portiere ospite van Breukelen è in giornata di grazia, salvando i suoi più volte, soprattutto sulla rovesciata di Hugo Sánchez a pochi giri di lancette dal termine. L’Olanda torna dunque in finale di Coppa dei Campioni dopo 15 anni dal terzo e ultimo successo dell’Ajax. Di fronte si troverà il Benfica, che certifica la rinascita del calcio portoghese superando la Steaua in casa, dopo lo 0-0 dell’andata, grazie alla doppietta di Rui Águas nella prima mezzora.
È il Neckarstadion di Stoccarda, che torna ad ospitare una finale dopo quella del 1959, il teatro della sfida decisiva tra due modi di intendere il calcio ben diversi. Da una parte il PSV dell’emergente Guus Hiddink, promosso primo allenatore proprio in quella stagione, che ha riportato in auge il calcio totale del decennio precedente. La squadra della Philips sfrutta i soldi del munifico sponsor per prelevare dal mercato i migliori giocatori a disposizione. Nel corso degli anni sono arrivati il belga ex milanista Gerets, l’attaccante Kieft, prelevato dal Torino, e soprattutto Ronald Koeman, leader della difesa e poi di tutta la squadra quando, ad inizio stagione, Ruud Gullit ha tentato l’avventura italiana. Di fronte il Benfica, classico esponente del calcio latino, che sogna il ritorno sul trono a oltre un quarto di secolo dalla doppietta firmata Eusebio. Ci sarebbero le premesse per una sfida divertente, ma i 120 minuti saranno invece all’insegna della noia mortale. Vince la paura di perdere e così le difese hanno la meglio, tanto da non assistere nemmeno ad un tiro in porta pericoloso in tutto il match. Scontato, dunque, affidarsi ai calci di rigore per la terza volta negli ultimi cinque anni. Il calcio sta diventando uno sport brutto da vedere. Ai rigori, a differenza di due anni prima, stavolta hanno la meglio i tiratori. Non sbaglia nessuno dei primi dieci che si presentano sul dischetto e altrettanto fa Anton Janssen, arrivato a gennaio dal Fortuna Sittard. Dopo di lui tocca al terzino António Veloso, bandiera del club delle Aquile, ma il suo destro viene intercettato da van Breukelen che dunque porta i suoi sul tetto d’Europa diventando l’eroe del giorno. Insieme ad Inghilterra e Italia, l’Olanda è la terza nazione a portare al successo tre squadre diverse. E per un Paese con poco più di dieci milioni di abitanti (all’epoca) è un risultato straordinario. Tanto più che poche settimane dopo, sempre in Germania, i “tulipani” si laureeranno campioni d’Europa anche in maglia oranje.
