1986-87: Il tacco di Allah

1986-87: Il tacco di AllahTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Alberto Fornasari
giovedì 24 febbraio 2011, 09:00Storia della Champions
di Oreste Giannetta

Il 1986 è l’anno di Maradona, che trascina alla vittoria del mondiale la sua Argentina prevalendo sul meglio del calcio europeo di quegli anni. Dall’Inghilterra al Belgio, dalla Francia alla Germania. Gli manca l’acuto col Napoli, che sta per arrivare, e quindi nel frattempo a rappresentare la Juventus è una Juventus a fine ciclo. Trapattoni se ne è andato dopo il nono scudetto vinto in 15 anni e ha lasciato la squadra a Rino Marchesi. Nonostante l’età alta di qualche senatore e un discreto ricambio generazionale, i torinesi partono sempre tra i favoriti del torneo e al primo turno non deludono, rifilando undici reti agli islandesi del Valur con Michael Laudrup sugli scudi, autore di ben 5 gol. A contendere loro il titolo c’è il ritrovato Real Madrid, che pure parte male in Svizzera, salvo poi riprendersi buttando fuori lo Young Boys con un perentorio 5-0 al Bernabeu. C’è il Bayern Monaco, opposto subito all’ostico PSV e capace di conquistarsi la qualificazione già all’andata in Olanda con una doppietta nel finale di Mathy, onesto mestierante del gol. C’è poi l’Anderlecht, deciso a rifarsi per la beffa dell’anno prima, e ci sono Celtic e Dinamo Kiev, i primi alla ricerca della gloria perduta e i secondi che finalmente sognano la grande impresa dopo aver vinto l’anno prima la Coppa delle Coppe. Le possibili outsiders sono la Stella Rossa (che elimina facilmente il Panathinaikos) e il Porto, mentre l’esordiente Paris Saint-Germain paga lo scotto della prima volta facendosi sbattere subito fuori dai cechi del Vitkovice.
Agli ottavi di finale scendono in pista i campioni in carica della Steaua Bucareşt, che avevano saltato il primo turno per la perdurante assenza di squadre inglesi. E confermano che il loro è stato un fuoco di paglia cedendo subito all’Anderlecht. La vendetta belga a sei mesi di distanza si concretizza nel 3-0 di Bruxelles al quale i romeni replicano solo parzialmente in casa. Non è l’unica grande sfida di questo turno, perché si affrontano anche Celtic e Dinamo Kiev, coi sovietici che si impongono alla distanza sul loro campo. E soprattutto perché va in scena il confronto tra le due formazioni forse più accreditate della vigilia. La sfortuna, infatti, abbina la Juventus al Real Madrid, che al Bernabeu fa valere il suo “miedo escenico” imponendosi con la rete della sua stella, Butragueño. Al Comunale è tutta un’altra storia e dopo il pareggio immediato di Cabrini inizia l’assalto alla difesa degli spagnoli, che reggono bene, non rinunciando alle sortite offensive, e riescono a conquistarsi i calci di rigore. All’errore di Brio risponde quello di Hugo Sánchez, ma poi i merengue non sbagliano più, mentre lo fanno Manfredonia e Favero. Finisce qui dunque il cammino della Juventus e finisce un’era perché a fine stagione Platini lascerà il calcio e per vedere di nuovo i bianconeri su questo palcoscenico bisognerà aspettare quasi dieci anni.
I quarti di finale sono il momento migliore per scoprire le carte e quelle migliori sembrano averle la Dinamo Kiev e il Bayern Monaco. I sovietici travolgono il Besiktas con 7 gol, ma altrettanti ne fanno i bavaresi ad un avversario di tutt’altro spessore come l’Anderlecht. Un exploit che li mette decisamente in pole position per la vittoria finale, anche perché il Real conferma di avere qualche carenza. A Belgrado contro la Stella Rossa gli spagnoli si trovano sotto prima per 3-0 e poi per 4-1, ma per loro fortuna Hugo Sánchez trova le reti che rendono sufficiente il 2-0 del Bernabeu per tornare tra le prime quattro squadre d’Europa. A completare il poker c’è quella che sembra l’unica intrusa. Il Porto, anche se rappresentante di un calcio, quello portoghese, con una storia importante, non sembra all’altezza delle avversarie. Il suo approdo in semifinale sembra più frutto del caso fortuito legato ad abbinamenti agevoli come quello contro i danesi del Brøndby, battuti in casa con la rete dell’algerino Madjer e poi ripresi al ritorno sull’1-1 grazie all’ex interista Juary.
Il loro esame lo affrontano proprio in semifinale, contro la Dinamo Kiev, e lo superano a pieni voti. L’andata allo stadio Das Antas (il padre dell’attuale Dragão) li vede imporsi per 2-1. Segnano la promessa Paulo Futre e André su rigore, ma la rete di Yakovlenko fa temere il peggio per la trasferta ucraina. A Kiev, invece, Celso e la Scarpa d’Oro Fernando Gomes affondano i colpi già nei primi dieci minuti. Il futuro sampdoriano Mykhaylychenko accorcia subito, ma non succede altro e i Dragoni possono festeggiare la loro prima finale. Chi si troveranno di fronte lo si capisce presto, nella sfida tra Bayern e Real, due delle squadre più titolate del continente. I tedeschi chiudono i conti già all’andata con un secco 4-1 (doppietta di Matthäus su rigore, il secondo dei quali fa infuriare i madrileni che terminano la gara in nove) per poi limitare il passivo nel ritorno all’unica rete firmata dall’eterno Santillana.
La finale si gioca a Vienna, per la seconda volta dopo quella del primo trionfo interista, e i pronostici pendono tutti o quasi dalla parte dei tedeschi, anche perché al Porto mancano quattro titolari. Udo Lattek, che sogna di tornare campione d’Europa a oltre dieci anni di distanza dal 1974, può contare sul veterano Hoeness, oltre che su un Matthäus ormai maturo e su un portiere affidabile e spettacolare come il belga Pfaff. Di contro Artur Jorge, che in patria ha condotto i suoi a vincere due titoli nazionali in altrettanti anni, punta sull’algerino Rabat Madjer e su Paulo Futre, temibilissimo in contropiede e sfortunato per una carriera che sarà inferiore alle attese per colpa di numerosi infortuni. La gara sembra seguire il canovaccio prestabilito, col Bayern padrone del campo e in vantaggio prima della mezzora. Rimessa laterale dalla destra, rinvio errato di testa di Magalhães che finisce proprio su quella della seconda punta Kögl la cui deviazione sorprende il portiere avversario. Sembra l’inizio di un’affermazione agevole ma Michael Rummenigge, il fratello minore dell’interista Karl-Heinz, spreca l’inimmaginabile e tiene in corsa i portoghesi. All’intervallo Artur Jorge decide di gettare nella mischia Juary e ne viene premiato. Mancano poco più di dieci minuti al termine quando l’esterno brasiliano si intrufola sulla destra e anticipa l’uscita di Pfaff mettendo in mezzo. Sul pallone c’è Madjer, “l’artista” per i suoi tifosi, che si conferma tale inventandosi un colpo di tacco spettacolare per l’incredibile pareggio. È il primo calciatore africano a segnare in una finale di Coppa dei Campioni (anche se Eusebio lo era di nascita) e da quel momento avrà un nuovo soprannome: il tacco di Allah. Passano due minuti e la beffa è completa. Madjer è ormai in pieno furore agonistico e dopo aver seminato avversari sulla sinistra mette una palla in mezzo per Juary, che sul secondo palo insacca fin troppo facilmente. Per il Bayern il colpo è letale e a nulla servono i restanti dieci minuti di gioco. Il Porto riporta in patria la Coppa 25 anni dopo l’ultimo trionfo del Benfica. La seconda metà degli anni Ottanta si conferma quella delle sorprese.