Juventus, 'ndrangheta - biglietti: ecco tutta la verità

Juventus, 'ndrangheta - biglietti: ecco tutta la verità
venerdì 5 agosto 2016, 15:21News
di Filippo Faraldi

L'edizione on line del quotidiano torinese La Stampa ha svelato quanto riferito ai pm da Francesco Calvo, ex direttore commerciale della Juventus, in merito all'inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata tra i gruppi ultras bianconeri e il business del bagarinaggio:

"Il compromesso è questo: per garantire una partita sicura, cedevo sui biglietti, sapendo bene che facevano business. Ho fatto questo perché ho ritenuto che la mediazione con il tifo organizzato, nell’ambito del quale mi erano note aggressioni anche con armi, minacce ed altro, fosse comunque una soluzione buona per tutti".  

Passo dopo passo - si legge su La Stampa - gli investigatori della squadra mobile di Torino hanno messo a fuoco intrecci e legami di una famiglia di origini calabresi, i Dominello, ritenuta essere, secondo gli atti dell’inchiesta, «l’espressione della ’ndrangheta di Rosarno in Piemonte».  A solleticare gli affari dei biglietti sarebbe stato il fascino del nuovo stadio. Ma la Juve si è ritrovata ben presto a dover fare i conti con ultras sempre più problematici e violenti, obbligando i vertici a scendere a compromessi, anche a scapito degli altri tifosi. «La gente - aggiunge Calvo nel suo verbale - avrebbe voluto uno stadio sicuro, i biglietti non erano regalati ma venduti. Mi è sempre dispiaciuto che ciò sottraesse disponibilità di acquisto di biglietti al pubblico e non ho avuto il coraggio personale di trovare altre soluzioni per fronteggiare i tifosi di quel genere». Il guaio è che questo tipo di patti ha sempre un prezzo. «So - ammette l’ex direttore commerciale del club bianconero - che si permetteva ai tifosi di comprare biglietti in quantità superiore a quella consentita dalle norme, che è di quattro biglietti a persona». E il compromesso «veniva utilizzato nei confronti di tutti i gruppi ultras», attraverso la mediazione di due manager della società, ma sempre con il suo «avvallo».  

In questo gioco di patti ambigui diventa anello di congiunzione con la Juve Rocco Dominello, un rampante della famiglia, incensurato, belle maniere, raffinato, che viaggia sempre in Jaguar, e che spesso lo si poteva incrociare fuori dalla sede della società. Arrestato un mese fa nel corso del blitz dell’antimafia torinese con altri presunti affiliati, nell’ambito di un’inchiesta ben più ampia, nei giorni scorsi è stato sentito in procura. Di fronte ai pm si è detto disponibile a parlare dei suoi rapporti con i vertici del club, anche se dice che nel business dei biglietti la «’ndrangheta non c’entra». «La mia sensazione - dice Calvo, di Dominello, che ha conosciuto nel 2013 - è che avesse un ruolo di equilibrio, non un ruolo di capo ultras. Intendo dire che era uno che aveva la capacità di parlare con i gruppi. Non era soggetto che mi dava preoccupazioni in ordine a possibili comportamenti contro l’ordine pubblico. Mi facevano preoccupare i Bravi Ragazzi o i Viking...». Domandano gli investigatori: «Vi siete mai chiesti da dove derivasse questa capacità di influenza a favore dell’equilibrio»? Riposta: «No, non ce lo siamo mai chiesti più di tanto».