The Italian Job

The Italian Job

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 di Alessio Milone articolo letto 1288 volte

Chi l'avrebbe mai detto, eh? Chelsea campione d'Europa, e bis concesso ai suoi caldissimi tifosi, che poco tempo fa avevano avuto modo di gioire per la conquista della blasonata Fa Cup. Il merito di tutto non può, ovviamente, non andare a chi ha preso il comando di una squadra verosimilmente spacciata, trasformandola e conferendole quel vigore, quell'energia indispensabili a salire, passo dopo passo, sul tetto del Vecchio Continente.

Di Matteo ha usato il pugno duro, ha saputo rifornire il gruppo della carica opportuna per puntare in alto, e ha sistemato quei tasselli che sembravano sgangerati da una gestione non perfetta, quella di Villas Boas. L'organizzazione tattica dimostrata dal Chelsea, nelle ultime settimane, è sembrata impeccabile, assolutamente vincente; quella, invece, vista nella notte di Monaco, all'Allianz Arena, inizialmente sembrava non così convincente: Chelsea attendista, visibilmente preso in controtempo da un Bayern robusto, energico, spinto dal calore del tifo di casa, ma incapace, in fondo, di incidere in maniera determinante.

Oddio, il gol di Muller pareva essere decisivo, in effetti; è stato invece, paradossalmente, quel "quid" che ha fatto sì che la fame, la voglia, la determinazione londinese prevalesse. Il pareggio di Drogba, poi i supplementari, poi il penalty fallito da Robben, poi la lotteria dei rigori. In cui è prevalsa la freddezza: altra caratteristica fondamentale di questo Chelsea, frizzante e determinato, disegnato così da un tecnico a cui, ironia di un assurdo destino, come beffardo riconoscimento non è neanche concesso di sapere con certezza quale sia il suo futuro.