QUANTO E' AMARO UN FUTURO CHE NON CI APPARTIENE

QUANTO E' AMARO UN FUTURO CHE NON CI APPARTIENE

 di Nicola Galloro articolo letto 553 volte

L’andata dei quarti di finale di Champions League ha consegnato uno scenario sorprendente ed inatteso. Un livellamento verso il basso che ha coinvolto tutte le otto formazioni impegnate nella conquista della Coppa dalle grandi orecchie. Una competitività latente francamente inimmaginabile alla vigilia, una parità di valori, ove non azzeramento degli stessi, che fornisce materia per più di una considerazione.

Che il derby spagnolo tra Barca ed Atletico sarebbe stato equilibrato costituiva facile profezia. E ciò sulla scorta degli incontri di Liga, del pathos e furore agonistico che hanno storicamente accompagnato tale sfida, della capacità di Simeone di spezzare le fonti del gioco barcellonesi con annessa abilità nelle ripartenze e triangolazioni veloci. Ed anche sulla base del rendimento europeo di Torres, centravanti che ancora oggi si traveste da ariete-cecchino, tra i migliori per tempismo e valenza di inserimento. Chissà quale l’esito in condizioni di parità numerica.

Accettabile pure l’equilibrio tra Paris e Manchester City. Nonostante gli esosi e copiosi investimenti, i parigini soffrono sempre e costantemente la corsa e l’atletismo britannico, benché qualche mese or è vi fu l’affermazione a domicilio ai danni del Chelsea.

Ma le sorprese vere e proprie si sono registrate sui campi di Monaco di Baviera e Wolfsburg. Il Bayern ha confermato di scricchiolare di fronte al quasi novizio Benficia, abituè della più familiare Coppa Uefa. Il Wolfsburg, invece, annichilendo con pieno merito il Real Madrid, ha forse aperto una nuova era. Fatta di minori valori assoluti e più gioventù combinata, però, con doti tecniche chiare ed evidenti.

Ed ora consideriamo. Bayern e Real sono state le carnefici delle italiane Juventus e Roma. Il rendimento altalenante, ben lungi da una prevedibile ed affermata superiorità, di tedeschi e spagnoli non può che acuire il dispiacere e l’amarezza nutriti per il prematuro forfait delle nostre rappresentanti.

La Juventus ha almeno conteso la qualificazione ai bavaresi per oltre 200 minuti, la Roma si è sin dal principio arresa alle merengues già certificando la propria inferiorità nel corso della gara di andata.

Tanti rimpianti, perché il divario tra noi e gli altri non poteva, non può essere questo. Il vero problema, annoso cocente e perenne, è che noi non siamo inferiori soltanto a Barca, Real, Bayern e PSG, ma anche alle altre. È questo il duro corollario che discende. Il calcio italiano, per intenderci, oggi non regge il confronto con Benfica e Wolfsburg, le nuove realtà emergenti. Non regge proprio il passo. Non illudiamoci con le due prestazioni della Juve, che ha complicato il proprio cammino già nella gara di andata consegnandosi per un’ora completamente al Bayern. Non illudiamoci con la energica partita disputata dalla Roma in casa del Real, contro cui però non ha segnato gol alcuno nei centottanta minuti. Non esentiamoci dibattendo di asperità dei sorteggi o di errori juventini pel mancato raggiungimento del primo posto nel girone.

Intransigenza di opinione vuol dire che specialmente in campo europeo contano i risultati. Ed oggigiorno l’Italia non possiede la freschezza atletica, la scorrevolezza di gioco, la linearità geometrica di manovra, in uno la tecnica individuale e collettiva dei giovanotti tedeschi e portoghesi.

Perché i giovanotti delle altre si chiamano Draxler, atleta vanamente agognato da Allegri. Che evidentemente aveva compreso, facile intendimento, attraverso quali talenti poter replicare la finale dello scorso anno.

Per ora non ci siamo. Prenderne atto.