L'inesorabile declino europeo della Lazio

L'inesorabile declino europeo della Lazio

 di Rocco Crea articolo letto 657 volte

Sembra che sia trascorso un millennio dalla stagione 1998-1999, che ha visto la Lazio dell'allora presidente Sergio Cragnotti trionfare nella finale dell'ultima edizione della Coppa delle Coppe, a Birmingham contro il Maiorca. Quello fu il primo trofeo internazionale conquistato dai biancocelesti, al quale seguì la Supercoppa Europea poco dopo vinta contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson. 

GLI ANNI D'ORO - Erano anni eccezionali per il calcio italiano - che godeva di una rappresentanza internazionale folta e di qualità - ed in particolare per la squadra capitolina che l'anno seguente avrebbe vinto addirittura lo scudetto. Il secondo della sua storia. Una rosa ampia e di spessore, agli ordini di un tecnico preparato ed autorevole, ma mai autoritario: lo svedese Sven-Goran Eriksson. Quella Lazio presentava un tandem d'attacco composto niente meno che da Roberto Mancini e Marcelo Salas, supportati da NedvedStankovic Sergio Conceicao a centrocampo. Una compagine tosta, che poteva permettersi il lusso di tenere in panchina Ivan de la Pena, ex Barcellona, pagato la bellezza di 30 miliardi delle vecchie lire e al libro paga per un contratto da 6 miliardi a stagione. Insomma, ruolo con annessi sprechi da grande squadra, senza dimenticare l'acquisto - avvenuto quache anno più tardi - di Gaizka Mendieta per la non modica cifra di 43 milioni di euro. 

IL VOLO SPEZZATO - L'aquila biancoceleste sembrava avesse oramai spiccato il volo verso la conquista dell'Europa che conta "Mi è mancata solo la Champions League - ha dichiarato qualche anno fa proprio Cragnotti alla trasmissione 48 minuti - alla quale volevo arrivare attraverso un progetto industriale che la Federcalcio rifiutò, ma che poi in seguito hanno copiato tutti. Noi eravamo troppo avanti". Ma il burrascoso "addio" dello stesso patron rigettò le speranze e i sogni di migliaia di tifosi laziali. Un progetto ridimensionato, rivolto in primis a salvare dai debiti la società capitolina, ha fatto si che i biancocelesti retrocedessero nella gerarchia delle potenze più blasonate della Serie A, e che il ruolo della squadra in Europa di conseguenza ne risentisse. 

RIDIMENSIONAMENTO - Terminati gli anni dei campioni, cominciarono quelli dei buoni giocatori e dei talenti da scoprire quà e là nel mondo per poi rivendere capitalizzando il loro accresciuto valore, come la gestione Lotito impone. Hernanes all'Inter, ad esempio, fruttò alle casse societarie 20 milioni di euro, ed oggi l'operazione fra le due compagini sta per ripetersi. E' addirittura Antonio Candreva ad essere ormai vicinissimo ad indossare la maglia nerazzurra, sulla base economica di 22 milioni di euro più bonus. Una cifra che, probabilmente, la Lazio investirà per acquistare più giocatori da mettere a disposizione del tecnico Simone Inzaghi. I romani vivranno un campionato senza il sapore delle notti europee, non essendo riusciti neanche a piazzarsi in posizioni utili di classifica per acciuffare l'Europa League. Ed anche il mercato, al di là dell'eccellente cessione legata a Candreva, sembra andare in una direzione decisamente poco esaltante, che difficilmente lascia spiragli di ottimismo. Immobile è certamente un buon acquisto, che però sottolinea ancora una volta come i tempi in cui a Roma sbarcava Christian Vieri sono belli che finiti da un po'. Inoltre, Lotito e Tare hanno già definito le operazioni legate al 21enne Wallace (difensore da 191 cm per 83 chili) proveniente dal Braga, e di Lukaku (fratello minore del più noto Romelu, attaccante dell'Everton), oltre che del vice Marchetti Vargic, quest'ultimo in arrivo dal Rijeka. 

LOTTA CON IL NUOVO CHE AVANZA - Insomma, operazioni atte a puntellare l'organico più che a dare un'impronta marcata attraverso l'incremento della qualità e del tasso tecnico della rosa. Una Lazio che sembra avere per forza di cose ancora l'intenzione di disputare un campionato di media classifica, coltivando speranze di Europa minore certamente, ma che, a differenza di qualche anno fa, non sono più così scontate. Nuove realtà come il Sassuolo e, chissà, magari anche come il nuovo Torino dell'ambizioso Cairo e dell'ex Mihajlovic, sulla carta sembrano quantomeno poter competere alla pari di una compagine che un tempo aspirava ad un progetto rivolto a vincere la coppa dalle grandi orecchie. E che adesso è bene che si guardi le spalle dall'incalzare di squadre considerate "piccole" un tempo, e che in alcuni casi - si veda proprio il Sassuolo - navigavano addirittura nella vecchia Serie C.